sabato 1 settembre 2012

La camicia bianca




Ieri pomeriggio, tornato a casa, avevo voglia di una Donna che mi togliesse la camicia bianca. Piano, lentamente.

Che passasse le sue mani sui miei capezzoli, sfiorando il tessuto bianco e il mio corpo. Facendoli inturgidire con la sua saliva, la sua lingua. La sua voglia.

Avrei voluto sentirmi baciare su tutta la schiena, dal collo, alla nuca, morsi alternati ad una lingua curiosa, bagnata, a scendermi fino al culo, per morderlo impietosamente lasciandomi le tracce dei suoi denti. Dappertutto.

Avrei voluto che mi odorasse, come una bestia in calore, alla ricerca di un corpo su cui sfamarsi, assetata dei miei liquidi, che da lì a poco avrebbe fatto sgorgare a fiotti. Senza controllo. Senza misura.

Avrei voluto che me la togliesse, quella camicia bianca, impregnata del mio odore dopo averla tenuta un giorno sulla mia pelle. Bottone dopo bottone. Strappando anche tutti i bottoni, ma uno alla volta, sfiorando ad ogni asola la mia pelle con le sue unghie curiose.

Avrei avuto voglia di sentirla scoprire tutte le mie voglie per lei accogliendomi nella sua bocca.

Vorrei, ora, che sono nuovamente qui, con una diversa camicia bianca, che lei la togliesse subito e mi entrasse dovunque, fino al cuore. Fino dove riuscirà a spingersi.

Non voglio essere continuamente candido, come quella camicia.

Voglio che vada dentro di me, a illuminare tutte le mie ombre.
A insinuarsi negli angoli oscuri di me.

In modo naturale. In modo osceno. Senza che io possa capirci più nulla.

Senza che io possa accorgermi del passare del tempo.

Voglia di essere nelle sue mani. Nella sua bocca. Per un tempo infinito.

Senza più niente che non sia la mia pelle.

Senza più altro scopo che restare stretto a lei.

Eclissi

giovedì 23 agosto 2012



Vorrei che ti potessi risvegliare così, con questa fantasia che ha illuminato il mio inizio di giornata, e mi ha riportato a te con un sorriso malizioso.

Ti ho immaginata risvegliarti accaldata e piena di pensieri che roteano nella tua testa, arrovellata come i tuoi capelli ricci e corvini, inestricabili.

Ti allunghi fino al bordo del letto, ti togli solo le minuscole mutandine che indossi e immagini che io, inginocchiato, conficchi il mio viso tra le tue cosce ... poi le stringi, per riscaldarmi col calore rovente che hai lì in mezzo, accumulato durante la notte, un delirio di pensieri dietro l'altro.

Desidero che tu mi faccia perdere i sensi, tappandomi le orecchie con tutta la forza che hai, mentre il naso soffoca tra le tue gocce di lavico piacere ... sì, te ne prego, fotografa la mia schiena e il mio culo, nello specchio dietro di noi, col tefonino, la mia testa che quasi sta uscendo da te, i tuoi seni turgidi che mi sfiorano i capelli, le tue mani che scivolano dalla nuca in giù, lente, senza fretta. Poi spediscimi quella foto, ma soprattutto le tue parole, un pensiero che dovrà intrigarmi per tutta la giornata.

Sembra un parto, questo mio ritorno alla vita mentre emergo dal tuo liquido amniotico. Entro ed esco da te, senza pause, senza vergogna. Lavato ad ogni respiro.

Sono qui, ai tuoi piedi. Guardami. Mentre ti inarchi e rantoli, senza più lasciarmi andare.

Ho voglia di Donna, aperta, slabbrata, madida di umori. Apriti per me, infilati fino in fondo una, due, tre dita, fammi percepire il suono della carne che naviga tra i flutti del tuo piacere, sciabordio che procede ad onde, calma e tempesta.
Non ha mai avuto timore nel mostrarmi come raggiungi il tuo piacere, con le mani e con le mie voglie.  Assaggiati, drena quegli umori fino alle tue labbra secche, e poi baciami. Senza ritegno. Baciami. Sorridi maliziosa, lo sai quanto mi piace il tuo sguardo da bambina un po' puttana.

Di cosa sai? Intingimi le palpebre, ho caldo e ho voglia di portare il tuo odore con me, oggi, per tutto il giorno. Disegna una parola sul mio petto ...

Come potresti addormentarti di nuovo, adesso, con queste mie voglie, mentre io esco di casa con te? Con te addosso, attorno, dentro?

Voglio odorare di te. E tu dimmi di cosa odorerai per me, oggi.

Fallo. In qualche modo.

Inventati il mio prossimo orgasmo.

Fammi immaginare il nostro incontro serale. Per cogliere di nuovo, tra le tue cosce nivee, tese sui tacchi altissimi, quel sapore che hai preparato per me, senza intimo. Passo dopo passo. Nella tua giornata.

Per me.

Per non farti più dimenticare.

Eclissi

sabato 18 agosto 2012

Threesome



Quando mi hai avvicinato dolcemente le labbra all'orecchio, sapevo che mi avresti fatto una richiesta: pensa a una donna. Ho chiuso gli occhi e ho cercato nella memoria un corpo femminile che mi eccitasse. Hai pensato?, mi hai chiesto con le dita che esploravano il mio sesso. Calma, ho risposto, sorpresa subito dopo dal tuo viso tra le mie gambe. Con gli occhi chiusi, pensavo ai seni più belli che avessi mai visto, che avevo voluto toccare. Capezzoli piccoli e rotondi. Anche tu, sicuro che io stessi pensando ad una donna, forse pensavi a lei. Alla stessa o a un'altra. E così abbiamo fatto l'amore per ore, instancabili, in tutti gli angoli di casa, attaccandoci al corpo dell'altro, lo stesso corpo. Poi, ci siamo sdraiati sul letto e tu ti sei messo a chiedere a chi avessi mai pensato, se esisteva, com'era. Bionda? Bruna? Se avevo mai fatto l'amore con una donna, se mi eccitavano le donne. Allora abbiamo ricominciato, tu eccitato dalle mie risposte, io eccitata a raccontarti le mie storie, a inventare storie.

[Tatiana Salem Levy, La chiave di casa, Cavallo di Ferro, 2011]

Questo pomeriggio mi sono messo a rintracciare il significato del termine "Threesome"... colmo la mia tremenda ignoranza passando per Wikipedia, e leggo:

Con threesome (dall'inglese, letteralmente: gruppo di tre persone) si intende una forma di sesso di gruppo a cui partecipano tre persone in qualsiasi tipo di combinazione.

Ecco ... ma allora, potrei definire "Threesome" anche la fantasia erotica dipinta da Tatiana, nello stralcio citato?

C'è lui, lei, l'altra. L'altra nei pensieri di lei, nell'immaginario di lui. Nella testa di entrambi. Un'immagine, un desiderio, una perversione. Comunque c'è un terzo soggetto, non proprio reale - ma credo conti poco - che si presenta nei contorni desiderati, con le caratteristiche sognate, la stessa creatura per entrambi, o due diverse, che si fonderanno fino a modellare quell'essere "terzo" nella relazione di biunivoca reciprocità.

Threesome ... sesso almeno a tre ... e la terza persona combinata come ci piace ... uomo, donna, fantasma cerebrale uomo, fantasma cerebrale donna ... la collega di lavoro, il commesso del negozio di lingerie ...

Quanti di noi, quanti, hanno delle compagne con cui poter condividere queste fantasie, anche senza necessità immediata o bisogno concreto di metterle in pratica?

E Quante di voi sono disposte, persino un attimo prima di abbandonarsi ai piaceri dell'amore, a raccontare all'amato le proprie ebollizioni mentali, a inventare storie, a far volare la fantasia sentendosi libere di farlo e di non essere prese per pazze o ninfomani?

La immagino, lei, che mi chiama, affannata, eccitata, e mi dice, lasciandomi di stucco:

"Ho nella testa un'idea: l'immagine di te, di un nuovo incontro, con la presenza di un'altra donna, e il sesso su di me portato da un uomo e da una donna. Fantasia".

Fantasia ...

Threesome ... una parola.

Eclissi

giovedì 16 agosto 2012

Perchè lei - Annemarie Schwarzenbach



Ricordo bene, quel 1998. Prima rimasi colpito dall'intera pagina "cultura", a lei dedicata, da un quotidiano italiano, Il Giornale. Riporto qui sotto l’articolo a firma di Giampaolo Martelli, intitolato “Faccia d’angelo e i suoi demoni”. Tutto partì dalla folgorazione della storia raccontata nell’articolo, dalla foto di quel viso, apparentemente felice, sulle amate montagne dell’Engadina, in Svizzera, col cane adorato. Da lì, sì, da lì origina il mio amore per le donne “danneggiate”, bellissime e con dolori impossibili da risolvere.
Non so più che fine abbia fatto il giornalista che scrisse quel pezzo, ma lo ritengo uno degli articoli più belli ed emozionali della mia vita. In piena pagina la sua foto, la foto di Annemarie.
Annemarie, ricchissima, colta, raffinata, bellissima, e distante, distante.
Annemarie, il suo amore per le donne, per una sola donna, che non la riamò, Erika. Si può voler amare, per l'intera vita, quell'unica donna che mai la ricambierà?
Annemarie, drogata alla follia, costruttrice di mondi inesistenti, provò a suicidarsi senza riuscirvi, in più di un'occasione.
Annemarie, che alla fine si sposò con un diplomatico che non amò proprio.

Annemarie, che si imbarcò da Trieste per andare a sposare il suo uomo a Teheran. Matrimonio di pure apparenze, tanto …


Annemarie, che viaggiò moltissimo, fu una delle pochissime donne a poterlo fare, allora, rischiando la vita su percorsi difficoltosi;


Annemarie che, in fondo alla sua giovanissima vita, cadde in bicicletta, una banale caduta nella sua Engadina, attorno a Sils, e se ne andò, destino maledetto. Morte a cui forse anelava, ma che non riuscì mai a darsi da sola, in vita. Bastò un sasso, una caduta accidentale, voluta chissà da chi. E perchè proprio in quell’istante.
Dopo quell'articolo, riferito ad una mostra milanese a lei dedicata, iniziai ad incuriosirmi.
Chi fu Annemarie? Una scrittrice? Non penso proprio, ci provò, solo ora i suoi libri sono un "cult" per coloro che la amarono. Una giornalista? Neppure, credo, anche se i suoi articoli, e le sue foto, sono qualcosa di straordinario, per gli anni in cui visse. Fu uno specchio della decadenza della sua epoca, e ben rappresentò le dissolutezze che precedettero i disperati, confusi, anni della Seconda Guerra Mondiale.
Comperai due libri su di lei dal primo editore italiano che ne pubblicò la biografia, un editore donna che seleziona solo lavori di donne, sulle donne, per le donne. Luciana Tufani editrice.
Li ricevetti a casa, sono racchiusi nei bauli che contengono i tanti libri che compongono il tassello delle mie letture.
LEI, COSI' AMATA. E' anche il titolo della bellissima biografia romanzata che le dedicò la bravissima scrittrice Melania Mazzucco, dopo qualche anno di ricerche in Svizzera. Trovi questo libro anche in versione economica, fantastico.
Tutto qui.
L’inizio del mio percorso alla ricerca di donne “bellissime” e “danneggiate”. Loro mi vengono vicino, è sbagliato dire che io le cerco.
Forse, semplicemente, le attendo.
Buona lettura.
Eclissi
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Vent'anni, nel 1928, in uno dei suoi primi scritti, Conversazione, sintetizza con queste parole ciò che sarà il principio essenziale della sua vita: "Volete vivere con prudenza. Che cosa credete possa derivare dalla prudenza? Solo altra prudenza. Siete schiavi della vostra prudenza. Dove credete che vi porti - essa elude le strade pericolose (non avete visto che sono queste a portare più in alto?) (...) ogni genere di profondità è pericolosa. La prudenza rende piatta la vostra vita. E rende piatti anche voi". Annemarie Schwarzenbach ha presto lasciato la retta via per prendere solo strade difficili o, come dirà lei stessa, vie tortuose, deviazioni, vie sbagliate, senza uscita, strade notturne e vuote nelle grandi metropoli, piste carovaniere, mulattiere, sentieri tra i boschi e le colline dell'infanzia o tra i boschetti di melograni e i giardini d'Oriente. Tragitti, linee tracciate sulla carta, elementi del paesaggio, ma contemporaneamente anche percorsi nella sua geografia interiore e corporea. Ad ogni suo scritto corrisponde un viaggio realmente compiuto che diventa la base del suo lavoro, un elemento così indispensabile da farle affermare spesso di non essere adatta a nessun genere di vita sedentaria.
[Tina d'Agostini, introduzione alla biografia di Annemarie Schwarzenbach]
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FACCIA D'ANGELO E I SUOI DEMONI



Una mostra fotografica a Milano e la traduzione di due opere a 90 anni dalla nascita della più bella ed anticonformista scrittrice del Novecento.

Lo sguardo sembra che contempli l'infinito. I capelli corti alla garçon, leggermente ondulati sulle tempie, i lineamenti aristocratici, in un abito maschile nero e la cravatta annodata su una camicia bianca, Annemarie Schwarzenbach tiene tra le dita una sigaretta. Potrebbe essere il ritratto di un giovane dandy, di un esteta diafano, enigmatico e malinconico. A ritrarla è Marianne Breslauer, allieva e assistente di Man Ray, che avrebbe detto: "Non avevo mai visto nessuno come lei, se mi avessero detto che era l'arcangelo Gabriele e che mi trovavo davanti al Paradiso ci avrei creduto. Non sembrava né un uomo  né una donna, ma un angelo, un arcangelo, così come io immagino un arcangelo".


Era il 1931, e quella fotografia esposta in una libreria di Zurigo in occasione della pubblicazione di "Gli amici di Bernhard" fu trafugata nella notte da alcuni sconosciuti che infransero la vetrina. Qualche anno dopo, lo scrittore Roger Martin du Gard le dedica un libro ringraziandola "per portare su questa terra quel bel volto d'angelo inconsolabile". Ma dietro l'angelo che vuole volare oltre i confini umani, si nascondono lacerazioni e inquietudini, passioni e frustrazioni, aneliti verso l'assoluto e pulsioni autodistruttive che fanno di Annemarie Schwarzenbach - prima ancora che una scrittrice, una giornalista, una viaggiatrice - la protagonista di una vicenda umana sublime e insieme dannata.
Diventata un'autrice di culto in Svizzera, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, l'interesse su questa "figlia del secolo" si è accesa anche in Italia. Contemporaneamente ad una mostra delle fotografie di Marianne Breslauer, promossa dal Centro culturale svizzero (ospitata nella sede di via Vecchio Politecnico a Milano, e aperta fino al 7 novembre) sono usciti "Morte in Persia" (edizioni e/o) e La valle felice (Luciana Tufani editrice).
Nata nel 1908 da una famiglia dell'alta borghesia imprenditoriale svizzera, Annemarie Schwarzenbach cresce nel "paradiso" di Bocken, una villa, a pochi chilometri da Zurigo, immersa tra boschi e prati. I primi anni sono quelli di una bambina allegra e vivace, gioca con i fratelli e le sorelle, fa lunghe passeggiate con il padre Alfred, un uomo colto e amabile. I rapporti con la madre, Renée Wille, sono contorti e complicati. Avendo desiderato nascere maschio, trasferisce questa aspirazione su Annemarie, la figlia prediletta, indirizzandola verso uno stile di vita virile. La veste da maschietto con calzoncini di pelle bavaresi, poi la traveste da paggio, da soldato e da  marinaio. Vorrebbe che la ragazza diventasse una provetta cavallerizza ma Annemarie - a differenza della madre - non ama l'equitazione.
A Bocken intanto s'insedia stabilmente la cantante lirica Emmy Kruger che diventa l'amica del cuore di Renée: Di tanto in tanto le due donne scompaiono per  alcuni giorni. La relazione di Annemarie con la madre diventa conflittuale. Successivamente, Annemarie Schwarzenbach trascorre due anni nel collegio femminile di Fetan per poi iscriversi nel 1927 alla facoltà di Storia e Letteratura dell'Università di Zurigo. Gli occhi grigio-azzurri su un volto pallido, vestita con ricercata eleganza, quando compare nell'atrio dell'ateneo gll studenti smettono di chiacchierare e la guardano con ammirazione. Prima di laurearsi nel 1931 trascorre un breve periodo a New York e per un anno frequenta i corsi alla Sorbona di Parigi. Tra le opere che scrive vi è la trilogia delle "Novelle parigine" e "Ruth". Frequentando il caffè di Montparnasse conosce poeti, artisti e modelle. E però la Germania ad attrarre Annemarie Schwarzenbach che va a Monaco e dopo a Berlino. A Monaco conosce Erika e Klaus Mann, i figli del "mago" Thomas, uniti da un amore incestuoso ma non esclusivo. Affascinata da Erika, sicura disinibita e ribelle, Annemarie se ne innamora ma ben presto si rende conto che può rimanere solo ai margini della coppia. Erika si lascia amare ma rifiuta qualsiasi rapporto privilegiato. Comunque, i due fratelli diventano per Annemarie un sostegno e l'aiuteranno ad allontanarsi dalla madre. E sono ancora i due Mann ad avviare l'amica svizzera all'uso della morfina.

Berlino all'inizio degli anni Trenta è la città più libera del mondo. Offre emozioni, piaceri, frenesie erotiche. In quell'ambiente creativo e trasgressivo,  Annemarie è convinta di trovare se stessa. Si tuffa nella vita notturna e non va mai a dormire prima dell'alba. E attirata dai locali e dai cabaret degli omosessuali e dei travestiti come l'Eldorado e il Topkeller, dove si dà appuntamento una variegata fauna umana che ha infranto la morale borghese. Cerca di vincere la sua insicurezza, bevendo e sperimentando nuove relazioni amorose. Ma quegli eccessi, e la sua incapacità a vivere con leggerezza la rendono infelice. Uno stato d'animo che si ritrova nella "Novella lirica".  La vocazione di Annemarie Schwarzenbach è quella di scrivere ma anche di viaggiare. Sono tre i viaggi che compie in Persia dal 1933 al 1935. Durante il suo primo soggiorno, conosce il diplomatico francese Claude Clarac, un giovane di tendenze omosessuali, che le chiede di sposarlo. Ritornata in Svizzera, dopo un tentativo di suicidio, Annemarie riparte per diventare la moglie di Claude. Ma il matrimonio non funziona. Sofferente nell'animo e nel Corpo, il panorama che contempla è desolato e irreale. La "malattia persiana" è raccontata in "Morte in Persia" e in "La valle felice", una riscrittura in chiave lirica e visionaria del primo libro. Quella di Annemarie è una lotta contro i demoni interiori e l'opacità del mondo. Gli ultimi anni della sua vita li trascorre in una continua fuga. In lei si alternano slanci vitali e cadute nella depressione.
Per disintossicarsi dalla morfina entra ed esce da cliniche e ospedali psichiatrici. Continua a spostarsi con frenesia da un Continente all'altro. Forse per cercare una patria perduta. Con Barbara Hamilton-Wright attraversa più volte gli Stati Uniti. Si reca in Urss per compiere ricerche su Larenz Saladin, uno scalatore morto tragicamente. Sempre in automobile, insieme ad Ella Maillart, intraprende un avventuroso viaggio verso l'Afghanistan. Da sola va in India. Poi parte per l'America con Margot von Opel e il marito Fritz. A New York accade un episodio drammatico. La scrittrice Carson McCullers, la "Monaca deviante" della letteratura americana, conosce Annemarie, se ne innamora follemente e vuole che vada a vivere con lei. Annemarie rifiuta. Ma si trova al centro della gelosia di Margot e della Carson. Nel 1940, durante un raptus, Annemarie in una camera dell'hotel Pierre cerca di strangolare Margot von Opel, dopodiché tenta di uccidersi tagliandosi le vene dei polsi.
La morte arriva due anni dopo in Svizzera. Il l 5 novembre 1942 in seguito alle ferite riportate in un incidente cadendo in bicicletta, Annemarie Schwarzenbach si spegne.
[Il Giornale, 12/10/1998, Giampaolo Martelli, Album]

martedì 14 agosto 2012

Monsieur, Ellie e il Calaferte





Buonasera,

non è necessario che lei sappia chi sono, anche se ha gentilmente accettato la mia richiesta di amicizia … va bene, glielo dirò: sono la nipote di Philippe Cantrel, che fino a poco fa era un suo collega in clinica. E’ da lui che sono venuta a sapere che lei è un appassionato di Bataille e Calaferte … confesso di nutrire una certa curiosità nei confronti degli uomini che hanno letto e amato “La meccanica delle donne”, è una cosa che mi fa sentire meno sola …!

Detto questo, mi chiamo Ellie, ho vent’anni, studio Lettere e scrivo per una rivista letteraria erotica. Nulla di diverso da ciò che verrebbe a conoscere leggendo il mio profilo su Facebook, ma mi sembrava corretto descrivermi almeno un po’.

Sono certa che lei è molto impegnato, tuttavia se un giorno trovasse il tempo di spiegarmi in poche righe che cosa le è piaciuto di Calaferte, ne sarei molto lieta. Io stessa sto scrivendo una “Meccanica degli uomini” e qualunque informazione riesca a raccogliere è la benvenuta.

Le auguro una buona serata.

Ellie

[Emma Becker, Monsieur, Dalai Editore, 2012]

Oddio ... e cosa potrei mai rispondere, ad Ellie, se fosse destinata a me questa mail, e dovessi esprimermi sull'adorato Louis Calaferte? Adesso sono in crisi ... notte insonne, direi,e mattinata agitata!!!

Ah no ... non pensiate stia cercando una Lolita di vent'anni, come Ellie ... ma ... una ragazza come lei, che ha letto Calaferte ed è appassionata di letteratura erotica, esisterà, da qualche parte? 
......
......

Bacio

Eclissi

Ps: nell'immagine la scrittrice ...

mercoledì 25 luglio 2012

Gocce di me

Pensavo a me, sabato pomeriggio, in montagna, quando ho scattato quella foto che hai ricevuto.

Ero solo, chiuso in casa. Fuori pioveva a dirotto, uno dei soliti acquazzoni montani. C’è un corpo che vedi, ma pensieri che non sai, che non pronuncerò. Riesci ad immaginarli col cuore, dolce amica?

La pioggia lascia il suo rumore mentre impatta sui vetri. Guardo le montagne dinanzi a me, con la loro possenza, il loro senso di universo, di spazi temporali troppo lunghi per essere consumati con le nostre scarpe, vissuti dentro i nostri occhi.



Mi osservo dentro, mentre mi specchio sul vetro, e guardo fuori.

Vorrei che una lei si avvicinasse e mettesse in comune con me la sua solitudine, il suo senso di abbandono, quella paura che a volte ci blocca, portandoci a fantasticare fino a comporre divinità, mondi pronti ad accogliere il nostro altrove, al di là del teatrino in cui ci stanno facendo recitare.

Non voglio girarmi verso di lei, voglio solo che apponga il suo corpo al mio, e che il suo calore si fonda col mio, fino a divampare di voglie inespresse. immobilizzandomi alla finestra e facendo bruciare la mia pelle abbronzata con le striature incandescenti provocate dallo scorrere dei suoi capezzoli turgidi, appuntiti. Su di me.

E, sempre così, sentendola agitare il suo pube sui miei glutei, vorrei esplodere addosso ai vetri di quella finestra. finalmente rigata dalle gocce d'acqua che battono fuori, e dalle mie, appiccicose, che scivolerebbero più lente, dentro.

Quante vite potenziali ho sprecato, sbattendole su quel vetro gelido, in attesa che la natura faccia il so corso … e non è che sto sprecando la mia, di vita?

Che dualità esiste, in me? E in te? Parlamene, se vuoi. Perché una faccia di quello che siamo vorrebbe scoppiare, e si trattiene?



E perché la gioia dell’altra è solo buffonaggine per nascondere un reale vuoto?
Sospiri e respiri. Catene sul corpo, e mente che vola libera. Perché non tutto può mai essere libero, in questa vita?

Cambiare.

L’unica parola. Girarsi e urlare a quella Donna - che entra in punti di piedi nella camera, che teme di spogliarsi, teme di essere vista - di fare in fretta. Di fregarsene se, fuori, mentre piove, qualcuno osserva attento, nascosto dietro tendine ricamate.

Perché l’amore è un attimo, ed è meglio coglierlo.
Ora, subito, senza indugi.
Non dove capita, ma dove lo percepisco adeguato a me.

Eclissi

domenica 15 luglio 2012

Il sapore di un (nuovo) giorno di ordinaria magia



http://youtu.be/VmLqumt9lf4

Siamo anime schizzate.
Nel deserto all'improvviso
C'è un cartello che ci avvisa:
"Benvenuti In Paradiso".
E tu che graffi sottopelle.
Come polvere di stelle.

[Negrita, un giorno di ordinaria magia]


Sono già sveglio, questa mattina. E' dalle 4 che ho gli occhi aperti, penso, rifletto, vivo. Mi agito, mi sfioro, e l'eccitazione è tanta, come capita a volte, meditando sull'amore, su di te che vorrei accanto, sul desiderio impetuoso che talvolta mi prende. Il mio pene è tesissimo e lucido, dolorante quasi, esagitato dalla voglia che mi batte dentro, perché è la testa che comanda.
Lei dorme, ed io sono qui, che mi agito, e mi sfioro.

Piacere di pensarti, in questo tuo percorso lungo e faticoso verso la valorizzazione di quanto di meglio possiedi, di quello che covi dentro e fuori non si vede, non lo notano, non appare. Dicevi di sentirti anonima, di non destare eccessive attenzioni, di non trascinare occhi a frugare rapaci, su di te. Ma non è certo l'esteriorità ciò che mi ha portato ad incrociare la tua direzione, che mi ha convinto di te, avvinto in te. C'è la tua nera palude interiore che abbiamo illuminato assieme, un passo alla volta, mano nella mano, senza fretta. E ora il corpo che ti avvolge è ritornato a incrociare la tua interiorità, a risvegliarsi; lo mostri con sicurezza per piacere a me e agli altri, senza peraltro esibirlo, trattandolo come un dono di eleganza e classe, perfetta espressione dell'autostima di te che hai recentemente riconquistato. Ora sì, riesci a raccontarmi, senza vergogna, i desideri che coltivi, e sei libera di esprimerti senza sensi di colpa e pregiudizi. Sai equilibrare malinconia e variabilità, giornate nere da incubo e arcobaleni di emozioni. Sei finalmente capace di dirmi che mi desideri, corpo e anima. TUTTO.

E' quello che hai sempre voluto. Essere senza "muri e maschere" con un essere amato, capìta e vissuta da me che provo a farti come da specchio riflettente, attento a non disperdere e sprecare l'immagine e la personalità che via via sta emergendo, in continuo cambiamento e perfezionamento. Ci sono io, nelle tue voglie, e il resto del mondo se ne starà fuori, per un po'. L'accordo è di evitare di declinare progetti, pianificare obiettivi; metteremo da parte l'atroce peso della quotidianità, e ci regaleremo la libertà di esserci o di sparire, di coglierci quando ne avremo voglia, o semplicemente di vivere lunghi silenzi, il Nulla che talvolta siamo, che dobbiamo essere, che è sempre e comunque fonte di arricchimento.

Ragionavo, poco fa, su quanto gli uomini si differenzino dalle donne per il loro tentativo, poco sincero peraltro, di mostrarsi inquadrati, forti, senza cedimenti, tutti d'un pezzo. Perché non confessare, ogni tanto, un desiderio, un'immaginazione ... è una debolezza, questa? E' fragilità o ricchezza interiore? Perché dobbiamo costruirci tanti falsi pudori?

Consentimi di essere diretto, con te, stamattina, e di dirti quello che vibra nella mia mente, ora, adesso. Ho aperto la finestra della cucina, e c'è una grandissima Luna piena, evidente, si staglia laggiù, ed osserva la mia nudità. Ho voglia. Nudo alla finestra. "Mi voglio" per pulsare di te, per sentirmi vivo mentre la testa brucerà di te. E' buio, fuori, anche se ci sono i rumori della mattina, i primi di un mondo che sbadiglia. Tra poco spegnerò la luce, e osserverò quell'enorme palla nivea, ricca di crateri, i segni del tempo sul suo delicato involucro. Il resto, cosa inizierò a fare, lo dovrai immaginare. Sta a te, ora, intuire i miei occhi chiusi, e l'urlo compresso dentro, amplificato nella mente. Per te.

Scorrono anche ricordi, in questa testa che non vuole proprio silenziarsi. Ripenso alle notti che seguirono il contatto con la prima donna della mia vita, le ricordo bene, quelle ore buie che mi videro masturbarmi quasi alla pazzia, lei se ne era già andata lontano, e la volevo, la desideravo in tutti i modi possibili. Intuivo che non l'avrei più rivista, ma sapevo che quel breve contatto di corpi, quasi di sole labbra avrebbe esaltato a dismisura l'eccitazione di sentirmi finalmente completo, amato, unicità per un "altro da me" e immagine del Paradiso felice da cui forse siamo stati cacciati, in attesa di ritornarvi, chissà. E sapevo che avrei cercato "per sempre" quell'attimo, per assaporarlo di nuovo. Desideravo che lei si prendesse cura di me e della mia inesperienza, le sue mani ovunque, sul mio corpo, la sua bocca dove nessuna era mai arrivata, e dove ora vorrei la tua, dove ora ci sei tu. Non capivo niente di quel contatto tra pelli da cui partivano brividi e lampi e tremori, ero troppo giovane, troppo inesperto, troppo poco tutto, ma lo desideravo. Ardentemente. Volevo quelle palpitazioni brucianti, quei circuiti di stomaco a cui non riuscivo a dare pace. Non ci poteva essere altro sbocco e miglior calmante di un orgasmo, ricco di quel liquido rovente che feci schizzare da me, quella mattina, e lasciai depositato sul mio corpo fino a che le lacrime dovute alla prima perdita d'amore non finirono di rigare il mio volto; fino ad una bozza di sorriso, quando Sole e Luna si passarono il testimone.

Nulla si perde, degli esseri che ci hanno amato. Nulla, nulla. Ma lo capii dopo, e lo so, adesso, con te, dopo averti persa e ripresa più volte.

Ammetto di assomigliarti, sai? Corpo e mente che si collegano tra loro sfiorando un organo, accarezzandosi in un punto preciso. Mentre la mente fantastica, il corpo risponde, trema, abbandona ogni guida da parte della razionalità. Organi che sono una sorta di bottoni ancestrali i quali, se premuti nel modo opportuno, riescono a scatenare reazioni di benessere, e attivare meccanismi inspiegabili in grado di renderci più soddisfatti, pieni, colmati - almeno temporaneamente - in quei buchi neri che spesso ci divorano e ci stremano senza darci un attimo di pace.

Ti immagino, sai, mentre leggerai queste mie strampalate riflessioni, nel tuo ufficio, sorseggiando il primo caffè della settimana. Ti penso curiosa di sapere come finirà questo mio inizio di giornata, mentre le sensazioni, riga dopo riga, inizieranno a stratificarsi in te, incrementando il tuo desiderio.
La mia immaginazione "inquadra" il tuo sguardo che scorre sulle mie parole, il respiro che si fa più affannoso, la necessità di allontanarti dalla scrivania, quindi una corsa in bagno, tanto per liberarti da eccessive costrizioni. No, le colleghe non noteranno ciò che farai, non arriveranno a tanto. Camicetta e pelle, un solo bottone aperto, e pantaloni leggeri, con nulla sotto. Dopo esserti seduta, avvertirai il piacere di pelle e cuore messi a nudo, tanto diretti e scoperti. Rileggerai i miei pensieri ed inizierai a scrivermi, poi, accavallando le gambe, contrarrai lentamente i muscoli vaginali, come so riesci tanto bene a fare, come a volte mostri anche a lui, nei momenti in cui ti piace il contatto tra le pareti interne e il suo pene che ti esplora, senza mai arrivare al vero nodo da cui si dipana tutto il mondo che non conosce. Ad ogni respiro i tuoi seni accarezzeranno la stoffa leggera della camicetta, rendendosi da soli turgidi ed eccitati.
Sono certo che starai avvertendo il piacere che deriva da questa lettura, e la scrittura inizierà a fluirti, come il liquido d'inchiostro intimo che starà gocciando per macchiare, viscido, la delicata pelle che riveste il centro della tua femminilità. Le tue cosce, nude, inizieranno quelle oscillazioni con cui le porterai a sfiorare le grandi labbra; a lungo, lentamente, insieme di vibrazioni che si stratificheranno per amplificarsi nella tua testa, il nucleo di tutto.Ti sentirai ... in questo, e solo per me, ma attorno a te non lo noteranno, qui ci siamo solo io e te, le nostre parole, e il potere della scrittura.

Rimarrai così, per tutta la giornata, con quella tensione di voglie inappagate e quegli umori ed odori trattenuti dentro di te, in un contesto di eccitazione da cui non saprai e non vorrai liberarti. Lascerai alla sera lo sfogo di quell'intero giorno di voglie, saranno la prima bevanda che mi offrirai, assaggiandoti, raccontandoti, sapori mischiati a parole, a pensieri, alla scrittura. Affidati forse ad una telefonata in cui libererai tutto il pensiero osceno di me, lasciato lievitare tra testa e cuore. Che parole inventerai, in quell'istante di perdita di controllo?

Sapori di un giorno, maturati lentamente. Miei e tuoi.

La Luna è piena, ed ha senso continuare a fantasticare, fino al momento che sai. Che ora lascio a te descrivere.

Racconta, te ne prego, i miei occhi, le pulsazioni del mio corpo, i brividi che mi trapasseranno tutto mentre le gambe si immobilizzeranno, tremando ... tratterrò un urlo, perché lei potrebbe sentirmi, ma non i sospiri, gli ansiti legati alla mia voglia di te. Di te che vorrei inginocchiata qui, ai miei piedi, senza alcuna richiesta di sottomissione, vogliosa di cogliere tutta l'esplosione in cui tra poco mi trasformerò, linfa di vita e di nuova forza per affrontare il giorno che sta sorgendo.

Buon risveglio, amore.

Eclissi