mercoledì 25 luglio 2012

Gocce di me

Pensavo a me, sabato pomeriggio, in montagna, quando ho scattato quella foto che hai ricevuto.

Ero solo, chiuso in casa. Fuori pioveva a dirotto, uno dei soliti acquazzoni montani. C’è un corpo che vedi, ma pensieri che non sai, che non pronuncerò. Riesci ad immaginarli col cuore, dolce amica?

La pioggia lascia il suo rumore mentre impatta sui vetri. Guardo le montagne dinanzi a me, con la loro possenza, il loro senso di universo, di spazi temporali troppo lunghi per essere consumati con le nostre scarpe, vissuti dentro i nostri occhi.



Mi osservo dentro, mentre mi specchio sul vetro, e guardo fuori.

Vorrei che una lei si avvicinasse e mettesse in comune con me la sua solitudine, il suo senso di abbandono, quella paura che a volte ci blocca, portandoci a fantasticare fino a comporre divinità, mondi pronti ad accogliere il nostro altrove, al di là del teatrino in cui ci stanno facendo recitare.

Non voglio girarmi verso di lei, voglio solo che apponga il suo corpo al mio, e che il suo calore si fonda col mio, fino a divampare di voglie inespresse. immobilizzandomi alla finestra e facendo bruciare la mia pelle abbronzata con le striature incandescenti provocate dallo scorrere dei suoi capezzoli turgidi, appuntiti. Su di me.

E, sempre così, sentendola agitare il suo pube sui miei glutei, vorrei esplodere addosso ai vetri di quella finestra. finalmente rigata dalle gocce d'acqua che battono fuori, e dalle mie, appiccicose, che scivolerebbero più lente, dentro.

Quante vite potenziali ho sprecato, sbattendole su quel vetro gelido, in attesa che la natura faccia il so corso … e non è che sto sprecando la mia, di vita?

Che dualità esiste, in me? E in te? Parlamene, se vuoi. Perché una faccia di quello che siamo vorrebbe scoppiare, e si trattiene?



E perché la gioia dell’altra è solo buffonaggine per nascondere un reale vuoto?
Sospiri e respiri. Catene sul corpo, e mente che vola libera. Perché non tutto può mai essere libero, in questa vita?

Cambiare.

L’unica parola. Girarsi e urlare a quella Donna - che entra in punti di piedi nella camera, che teme di spogliarsi, teme di essere vista - di fare in fretta. Di fregarsene se, fuori, mentre piove, qualcuno osserva attento, nascosto dietro tendine ricamate.

Perché l’amore è un attimo, ed è meglio coglierlo.
Ora, subito, senza indugi.
Non dove capita, ma dove lo percepisco adeguato a me.

Eclissi

domenica 15 luglio 2012

Il sapore di un (nuovo) giorno di ordinaria magia



http://youtu.be/VmLqumt9lf4

Siamo anime schizzate.
Nel deserto all'improvviso
C'è un cartello che ci avvisa:
"Benvenuti In Paradiso".
E tu che graffi sottopelle.
Come polvere di stelle.

[Negrita, un giorno di ordinaria magia]


Sono già sveglio, questa mattina. E' dalle 4 che ho gli occhi aperti, penso, rifletto, vivo. Mi agito, mi sfioro, e l'eccitazione è tanta, come capita a volte, meditando sull'amore, su di te che vorrei accanto, sul desiderio impetuoso che talvolta mi prende. Il mio pene è tesissimo e lucido, dolorante quasi, esagitato dalla voglia che mi batte dentro, perché è la testa che comanda.
Lei dorme, ed io sono qui, che mi agito, e mi sfioro.

Piacere di pensarti, in questo tuo percorso lungo e faticoso verso la valorizzazione di quanto di meglio possiedi, di quello che covi dentro e fuori non si vede, non lo notano, non appare. Dicevi di sentirti anonima, di non destare eccessive attenzioni, di non trascinare occhi a frugare rapaci, su di te. Ma non è certo l'esteriorità ciò che mi ha portato ad incrociare la tua direzione, che mi ha convinto di te, avvinto in te. C'è la tua nera palude interiore che abbiamo illuminato assieme, un passo alla volta, mano nella mano, senza fretta. E ora il corpo che ti avvolge è ritornato a incrociare la tua interiorità, a risvegliarsi; lo mostri con sicurezza per piacere a me e agli altri, senza peraltro esibirlo, trattandolo come un dono di eleganza e classe, perfetta espressione dell'autostima di te che hai recentemente riconquistato. Ora sì, riesci a raccontarmi, senza vergogna, i desideri che coltivi, e sei libera di esprimerti senza sensi di colpa e pregiudizi. Sai equilibrare malinconia e variabilità, giornate nere da incubo e arcobaleni di emozioni. Sei finalmente capace di dirmi che mi desideri, corpo e anima. TUTTO.

E' quello che hai sempre voluto. Essere senza "muri e maschere" con un essere amato, capìta e vissuta da me che provo a farti come da specchio riflettente, attento a non disperdere e sprecare l'immagine e la personalità che via via sta emergendo, in continuo cambiamento e perfezionamento. Ci sono io, nelle tue voglie, e il resto del mondo se ne starà fuori, per un po'. L'accordo è di evitare di declinare progetti, pianificare obiettivi; metteremo da parte l'atroce peso della quotidianità, e ci regaleremo la libertà di esserci o di sparire, di coglierci quando ne avremo voglia, o semplicemente di vivere lunghi silenzi, il Nulla che talvolta siamo, che dobbiamo essere, che è sempre e comunque fonte di arricchimento.

Ragionavo, poco fa, su quanto gli uomini si differenzino dalle donne per il loro tentativo, poco sincero peraltro, di mostrarsi inquadrati, forti, senza cedimenti, tutti d'un pezzo. Perché non confessare, ogni tanto, un desiderio, un'immaginazione ... è una debolezza, questa? E' fragilità o ricchezza interiore? Perché dobbiamo costruirci tanti falsi pudori?

Consentimi di essere diretto, con te, stamattina, e di dirti quello che vibra nella mia mente, ora, adesso. Ho aperto la finestra della cucina, e c'è una grandissima Luna piena, evidente, si staglia laggiù, ed osserva la mia nudità. Ho voglia. Nudo alla finestra. "Mi voglio" per pulsare di te, per sentirmi vivo mentre la testa brucerà di te. E' buio, fuori, anche se ci sono i rumori della mattina, i primi di un mondo che sbadiglia. Tra poco spegnerò la luce, e osserverò quell'enorme palla nivea, ricca di crateri, i segni del tempo sul suo delicato involucro. Il resto, cosa inizierò a fare, lo dovrai immaginare. Sta a te, ora, intuire i miei occhi chiusi, e l'urlo compresso dentro, amplificato nella mente. Per te.

Scorrono anche ricordi, in questa testa che non vuole proprio silenziarsi. Ripenso alle notti che seguirono il contatto con la prima donna della mia vita, le ricordo bene, quelle ore buie che mi videro masturbarmi quasi alla pazzia, lei se ne era già andata lontano, e la volevo, la desideravo in tutti i modi possibili. Intuivo che non l'avrei più rivista, ma sapevo che quel breve contatto di corpi, quasi di sole labbra avrebbe esaltato a dismisura l'eccitazione di sentirmi finalmente completo, amato, unicità per un "altro da me" e immagine del Paradiso felice da cui forse siamo stati cacciati, in attesa di ritornarvi, chissà. E sapevo che avrei cercato "per sempre" quell'attimo, per assaporarlo di nuovo. Desideravo che lei si prendesse cura di me e della mia inesperienza, le sue mani ovunque, sul mio corpo, la sua bocca dove nessuna era mai arrivata, e dove ora vorrei la tua, dove ora ci sei tu. Non capivo niente di quel contatto tra pelli da cui partivano brividi e lampi e tremori, ero troppo giovane, troppo inesperto, troppo poco tutto, ma lo desideravo. Ardentemente. Volevo quelle palpitazioni brucianti, quei circuiti di stomaco a cui non riuscivo a dare pace. Non ci poteva essere altro sbocco e miglior calmante di un orgasmo, ricco di quel liquido rovente che feci schizzare da me, quella mattina, e lasciai depositato sul mio corpo fino a che le lacrime dovute alla prima perdita d'amore non finirono di rigare il mio volto; fino ad una bozza di sorriso, quando Sole e Luna si passarono il testimone.

Nulla si perde, degli esseri che ci hanno amato. Nulla, nulla. Ma lo capii dopo, e lo so, adesso, con te, dopo averti persa e ripresa più volte.

Ammetto di assomigliarti, sai? Corpo e mente che si collegano tra loro sfiorando un organo, accarezzandosi in un punto preciso. Mentre la mente fantastica, il corpo risponde, trema, abbandona ogni guida da parte della razionalità. Organi che sono una sorta di bottoni ancestrali i quali, se premuti nel modo opportuno, riescono a scatenare reazioni di benessere, e attivare meccanismi inspiegabili in grado di renderci più soddisfatti, pieni, colmati - almeno temporaneamente - in quei buchi neri che spesso ci divorano e ci stremano senza darci un attimo di pace.

Ti immagino, sai, mentre leggerai queste mie strampalate riflessioni, nel tuo ufficio, sorseggiando il primo caffè della settimana. Ti penso curiosa di sapere come finirà questo mio inizio di giornata, mentre le sensazioni, riga dopo riga, inizieranno a stratificarsi in te, incrementando il tuo desiderio.
La mia immaginazione "inquadra" il tuo sguardo che scorre sulle mie parole, il respiro che si fa più affannoso, la necessità di allontanarti dalla scrivania, quindi una corsa in bagno, tanto per liberarti da eccessive costrizioni. No, le colleghe non noteranno ciò che farai, non arriveranno a tanto. Camicetta e pelle, un solo bottone aperto, e pantaloni leggeri, con nulla sotto. Dopo esserti seduta, avvertirai il piacere di pelle e cuore messi a nudo, tanto diretti e scoperti. Rileggerai i miei pensieri ed inizierai a scrivermi, poi, accavallando le gambe, contrarrai lentamente i muscoli vaginali, come so riesci tanto bene a fare, come a volte mostri anche a lui, nei momenti in cui ti piace il contatto tra le pareti interne e il suo pene che ti esplora, senza mai arrivare al vero nodo da cui si dipana tutto il mondo che non conosce. Ad ogni respiro i tuoi seni accarezzeranno la stoffa leggera della camicetta, rendendosi da soli turgidi ed eccitati.
Sono certo che starai avvertendo il piacere che deriva da questa lettura, e la scrittura inizierà a fluirti, come il liquido d'inchiostro intimo che starà gocciando per macchiare, viscido, la delicata pelle che riveste il centro della tua femminilità. Le tue cosce, nude, inizieranno quelle oscillazioni con cui le porterai a sfiorare le grandi labbra; a lungo, lentamente, insieme di vibrazioni che si stratificheranno per amplificarsi nella tua testa, il nucleo di tutto.Ti sentirai ... in questo, e solo per me, ma attorno a te non lo noteranno, qui ci siamo solo io e te, le nostre parole, e il potere della scrittura.

Rimarrai così, per tutta la giornata, con quella tensione di voglie inappagate e quegli umori ed odori trattenuti dentro di te, in un contesto di eccitazione da cui non saprai e non vorrai liberarti. Lascerai alla sera lo sfogo di quell'intero giorno di voglie, saranno la prima bevanda che mi offrirai, assaggiandoti, raccontandoti, sapori mischiati a parole, a pensieri, alla scrittura. Affidati forse ad una telefonata in cui libererai tutto il pensiero osceno di me, lasciato lievitare tra testa e cuore. Che parole inventerai, in quell'istante di perdita di controllo?

Sapori di un giorno, maturati lentamente. Miei e tuoi.

La Luna è piena, ed ha senso continuare a fantasticare, fino al momento che sai. Che ora lascio a te descrivere.

Racconta, te ne prego, i miei occhi, le pulsazioni del mio corpo, i brividi che mi trapasseranno tutto mentre le gambe si immobilizzeranno, tremando ... tratterrò un urlo, perché lei potrebbe sentirmi, ma non i sospiri, gli ansiti legati alla mia voglia di te. Di te che vorrei inginocchiata qui, ai miei piedi, senza alcuna richiesta di sottomissione, vogliosa di cogliere tutta l'esplosione in cui tra poco mi trasformerò, linfa di vita e di nuova forza per affrontare il giorno che sta sorgendo.

Buon risveglio, amore.

Eclissi

martedì 10 luglio 2012

La piscina con idromassaggio

Ma che dolci, i massaggi in acqua termale ... oggi seconda seduta. Lo scopo è sempre lo stesso, cercare di correggere la mia notoria rigidità muscolare, e consentirmi di rilassare il corpo, di lasciarmi andare, di sbriciolare la tensione accumulata nei mesi invernali, ingorgo di lavoro, famiglia, scrittura, ricerca inutile di evasione, carenza di brividi e palpitazioni.
Io, nelle sue mani ... finalmente, completamente. Capita una volta all'anno, ed è il mio rito estivo, una consuetudine d'amore per me a cui non so rinunciare. A cui non voglio rinunciare.

Me lo merito.
Mi merito.

Lei è una donna, una fisiokinesiterapista. Una graziosa, giovane Donna. A cui affido il mio corpo, lo consegno nelle sue piccole mani, alla sua delicatezza, alla dolcezza che comunque passa, da pelle a pelle, ed è un travaso d'amore.
Curioso che lei non sappia (nè saprà mai, ovviamente) che è trascorso oltre un anno e mezzo dal mio ultimo contatto sentito, intenso ed intimo, con delle mani altrui. Mani femminili. Mani volute, mani desiderate, mani a cui non avrei potuto e saputo dire di no. E' a causa di questa compressione del corpo, di questo costante soffocare le sue richieste, le sue aspettative, i suoi bisogni, che si genera una crescente rigidità dei muscoli (collo e schiena, in particolare) e poi, di riflesso, un blocco interiore; si tratta di una mancata elasticità, anche emozionale, che, ne sono sempre più convinto, acquisirei facendo più spesso l'amore, o del sesso. No, non mi soffermerei a ricercare adesso quale sia il concetto più adatto alla mia situazione, visto che in letteratura scientifica si sostiene, a volte, che "il sesso è amore" ...

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"L'amore è attrazione, desiderio, piacere ... e basta!"

"La verità è che non siamo mai veramente noi stessi se non quando facciamo l'amore, e non realizziamo veramente ciò che siamo se non siamo pronti a sentire il piacere che ci travolge, ci sommerge, ci incalza, ci trascina. Verso dove? Verso nessuna destinazione che conosciamo, verso nessun luogo del passato e quindi dei confronti".

"E poi occorre sapere che l'amore è un balsamo, il più potente di tutti i farmaci. Ci innamoriamo per curarci, per guarirci, per evolvere, non per attaccarci a qualcuno".

[Raffaele Morelli, il sesso è amore, Mondadori, 2008]ù


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E' importante sottolineare come il sesso e l'amore, entrambi se fosse possibile, entrambi fusi assieme, siano davvero in grado di donarci un immediato potenziamento del nostro sistema immunitario, e ci facciano percepire "diversi" agli occhi altrui. Lo "stato erotico" cambia completamente il nostro rapporto con le persone che incontriamo, coi colleghi di lavoro, è un benessere diffuso che pervade le attività che svolgiamo e ci ritroviamo come d'incanto più reattivi, più propositivi, vitali, presenti.
Oh, che discorsi difficili, oggi ...

Prima che lei arrivasse mi sono immerso nella grande piscina, sotto i bocchettoni di acqua e aria opportunamente miscelate tra loro. Senza che nessuno mi vedesse - in quell'angolo e a quell'ora ero solo - ho fatto scendere un po' i pantaloncini, lasciando che il getto massaggiante si insinuasse ovunque, dietro e attorno a me. Sentivo le potenti spinte lungo i fianchi, sui glutei, nella sensibile zona perianale, e la forza del soffio d'acqua attorno all'anello dell'ano. Poi ... mi sono girato, e ho continuato a massaggiare con il flusso d'acqua il ventre, il pene, i testicoli.

Strano, trovarsi inginocchiato, praticamente nudo, davanti a folate impetuose di bolle vive ... 

La mia mente è riuscita persino ad inerpicarsi in strani pensieri, per esempio alle sensazioni che le donne descrivono quando bersagliano il clitoride con l'acqua calda della doccia. Alcune raggiungono orgasmi molto intensi, e immagino cosa possa generare il getto di una piscina con idromassaggio. Le Donne sanno tutto, prima degli uomini ...

Quando arriva lei, aspetto che si giri per prendere gli attrezzi dedicati al mio corpo, e mi tiro su i
pantaloncini, avvicinandomi sorridendo, pronto per una nuova seduta. Il solito me, carino, educato e pronto per essere condotto in una navigazione che, lo ricordo dalla volta scorsa, sarà prima dei sensi e poi del corpo.

Inizia sciogliendo i miei muscoli, pregandomi di lasciarmi andare.

"Fidati, mollati, abbandonati", la sento dire.

Dovrei sentire quella voce anche nella vita, durante le riunioni, quando parlo con i colleghi, quando discuto con loro, quando incontro persone sconosciute, quando mi chiudo in me stesso come un riccio, pronto a difendermi con gli aculei della parola senza riuscire mai ad esplorare il mondo altrui con gli occhi, con il tatto, con il cuore.

Mi sciolgo solo quando, in un modo che percepisco materno e tenero, lei fa appoggiare i miei capelli vicino al suo petto, muovendomi delicatamente, come fossi parte del suo corpo, e, lei, estensione del mio. Le orecchie scivolano poco alla volta a pelo d'acqua, e a quel punto perdo completamente il controllo di me. Di quel me sempre razionale, sempre ipercontrollato, con la testa ad arrovellarsi di continuo su pensieri, situazioni, progetti, schemi, risultati, conseguenze.
Ora non ho nulla che possa muovere e riportare a me ... le braccia sono mollemente perse nell'acqua, ho le gambe bloccate, e il collo e la nuca nelle sue mani. E così, smarrendo la posizione, mi ritrovo a volteggiare come un gabbiano nel cielo, con scarti, planate, stalli. Lei a direzionare il mio volo, a spostarmi sulla destra, sulla sinistra, girandomi a piacere, confondendo le mie certezze e la stabilità, fino a togliermi il senso dell'orientamento. 

Bella, la sua voce lontana, sopra di me, un po' metallica ed un po' ovattata, e piacevole percepire il suono del mio respiro, e l'alito di lei, vicinissimo al mio. Ma possibile che siano necessari questi momenti per comprendere la bellezza di due respiri che si sincronizzano e si fondono, tesi allo stesso obiettivo, una trasmissione di dolcezza e amore?

Decido di starmene ad occhi chiusi, per evitare di osservarla negli occhi, per lasciarla fare, libera da ogni controllo. Due esseri autonomi, dipendenti solo nell'istante del contatto. Il resto fuori, inesistente, e noi, scevri da inquinamenti, maschere, posizioni sociali, barriere e muri.
Sembravo veramente un giovane gabbiano condotto ad esplorare un liquido quasi amniotico, per mano di una Donna. Volteggi, movimenti, su e giù con la spina dorsale, cavalcando quel fluido delicato, caldo, ricco di vapori.

Ricordate il gabbiano Jonathan Livingstone, di Bach? Che voglia  rileggermi un passo, posso farlo? Mi consentite di respirare la pace e la libertà delle immagini di Richard?

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Arrivarono ch'era già sera. E trovarono Jonathan che volava librato, solo e in pace con se stesso, nel libero cielo che lui tanto amava. I due gabbiani che, a un tratto, gli comparvero d'accanto, uno di qua e uno di là, erano candidi come la luna, e dalle loro piume emanava un chiarore blando, suadente, nell'aria che imbruniva. Ma più amabile ancora era la grazia, l'abilità, con cui volavano, mantenendo fra le punte delle rispettive ali, una breve e costante distanza.
Senza profferir parola, Jonathan volle metterli alla prova. Una prova che mai nessun gabbiano aveva superato. Impresse sulle sue ali una torsione tale che gli permise di rallentare, fino al limite estremo, a un soffio dallo stallo. Ebbene, quei due radiosi uccelli, pure loro, rallentarono con lui, gli restarono alla pari, senza sforzo. Altrochè se s'intendevano, di volo lento.
Allora lui, raccolte le ali, rotò e si buttò giù in picchiata a centonovanta miglia all'ora. E quelli si tuffarono con lui, sfrecciando insieme a lui in perfetta formazione.
Infine lui compì, nella cabrata, un lungo mulinello verticale. E quelli volteggiarono con lui, tutti giulivi.

[Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingstone]

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Ma quanto è bello, mormoravo tra me e me, mettermi per un giorno, per un'ora, nelle delicate mani di una Donna. Farmi bendare con lo scopo di tenere gli occhi chiusi e perdere il controllo della mia vita. Lasciar parlare il mio corpo, che sta sempre in silenzio, chiuso nei soliti, eleganti vestiti, strozzato da cravatte di seta, fasciato da sciarpe, cappotti, isolato dai brividi che può dare solo la pelle altrui.

Una Donna. Ecco cosa vorrei, cosa ci vuole. Una Donna, non una a caso ma un Essere Speciale, a cui consentire (prima di applicare a lei la reciprocità della relazione) di dedicarsi a me.
Ad un me coperto solo da una benda sugli occhi, per evitare di vedere, ma con la finalità principale di "sentire", "percepire", "osservare" con tutti gli altri sensi.

E così l'immaginazione è corsa ad una situazione intrigante, inaspettata ... mi ritrovo nudo, assieme a questa nuova lei, con una benda di seta nera sul viso, in realtà una fascia che prima le ricopriva i seni, dei magnifici e sodi seni. Fascia che le avevo abbassato, a scoprire una sola mammella, per far traboccare il capezzolo e torturarlo fino a sentirne la punta durissima tra le mie labbra umide. Avverto le sue mani scorrermi sul collo e la sento mormorare:

"E se ci facessi scorrere la lingua, sul tuo collo, e ti mordessi??"

Puttana e maliziosa, lei. Intrigante. Lenta, lentissima. Non ha fretta. Ha tutto il tempo per me. Mi sfiora, e mi lascia immaginare cosa farebbe, cosa mi farà, di lì a poco. Senza toccarmi, scorrendo solo i polpastrelli sul mio viso rosso per la sorpresa, madido di paura, sconvolto dalla perdita di controllo, e dall'affidarmi, ancora una volta, a mani sconosciute.

E prosegue, con voce flebile:

"Lo farei, ma senza farti male però ...
Un lento salire e scendere...
Dalla spalle all'orecchio
E poi alle labbra
Al mento
E di nuovo collo....

Adoro farlo..."

Puff ...

"Abbiamo finito. Ma si è addormentato?" ...

La mia specialista mi risveglia, mi riporta alla vita. Mi rimette in posizione verticale, poco per volta, per evitare traumi o giramenti di testa. Riprendo la solita normalità.

E capisco che il sogno, per oggi, è terminato. Ma il pensiero di quella Donna no, quello continua e continuerà a lungo.

Eclissi

venerdì 29 giugno 2012

Fare l'amore



Fare l'amore è nuotare insieme assumendo l'altro come il mare che ci porta

Lou Von Salomè


Adoro Lou, adoro il suo triangolo, e non solo letterario (Adelphi ha pubblicato "Triangolo di lettere") con Friedrich Nietzsche e Paul Rée.




**

Leggiamoci ancora qualcosa di lei, questa volta a Rilke ...

Se sono stata la tua compagna per tanti anni, fu proprio perchè tu mi sei apparso per la prima volta reale, corpo e persona indivisibilmente uno, indubitabile dato di fatto, prova reale della vita stessa.
Avrei potuto confessartelo ripetendo le tue esatte parole, che pronunciasti come dichiarazione d'amore: "Tu sola sei reale".
Per questo divenimmo sposi prima di esser diventati amici, e amici lo diventammo in seguito non tanto per elezione o scelta volontaria, ma fondamentalmente per lo stesso motivo: per aver già consumato le nostre nozze.

Non erano due metà che si cercavano in noi: una stupefacente totalità si riconobbe rabbrividendo di fronte all'inafferrabile tutto.
Perciò fummo innanzitutto fratelli - come nei tempi primordiali, prima che l'incesto fosse considerato un sacrilegio.



[da "Aprile", Lou Andreas Salomè, Memorie su Rainer Maria Rilke, Via del vento edizioni]


Che meraviglia, e sono senza parole ... certo, non stiamo parlando di una donna qualsiasi, ma di una folle personalità, una Musa che catturò nella rete della sua torbida e pulsante mente, personalità del calibro di Nietzsche e Rilke (a lui sono dirette le frasi che abbiamo letto assieme).

Fose sì, fu una Ninfa ...

Curioso il triangolo (amoroso, amorale, chissà) tra lei, Friedrich Nietzsche e Paul Rée, di cui resta una curiosa e notissima foto con tanto di carretto (oh no, non si tratta della locandina del film di Troisi "pensavo fosse amore ... invece era un calesse" ma poco ci manca) ...

Sorrido ... ma li stava per caso scudisciando, i due disubbidienti intellettualii? ... Lei sì, che ben spiega come non sempre servano parole, scrittura, poesia ... a volte ci vuole la frusta!

Ammetto di essermi stupito enormemente per quel riferimento ai fratelli incestuosi ... è possibile, mi domando, definire una donna "mia delirante sorella incestuosa"?

In effetti, a volte, certe relazioni non possono essere spiegate se non con immagini molto forti, nel tentativo, in genere vano, di descrivere semplicemente una delle tante, tantissime, infinite forme di AMORE tra esseri viventi.

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A proposito della frase iniziale ... amo moltissimo il mare, così come l'abbinamento tra onde e amore.

Far l'amore è accomunarsi nei medesimi liquidi, nuotare assieme sulla pelle che brucia come d'estate, è lasciarsi trascinare senza timori da vortici e gorghi, con la convinzione che quell'annegare sia la strada più breve per restare vivi.

Qualche nota ...

http://youtu.be/Vg-0DFNTBm0


... e un bacio a chi passa di qui.

Ecli

sabato 23 giugno 2012

Delirio nero corvino


A volte, soltanto passeggiando, ti capita di vivere dei veri e propri sogni erotici, quelli che ti spingeranno a rincorrere una tastiera e a buttartici sopra, a capofitto, senza riuscire a fermare il tuo flusso di pensieri. Fissare un istante, scolpire su carta un’immagine cristallizzatasi sulla retina. E’ urgenza, è delirio. E non importa a chi la farai leggere, questa pagina di diario senza capo né coda, non ha senso chiederti adesso se poi rileggerai mai questi appunti. Da quanti anni non rileggi quello che scrivi?
Sai solo che oggi è un sabato, è un 23 giugno, un giorno ai margini iniziali dell’estate, uno dei tanti (o forse troppo pochi?) che ancora ti saranno concessi, bigliettini da strappare con uno o due numeri tratteggiati in rosso, su quel bianco calendario tendente ad ingiallire col trascorrere del tempo.

Mi osservo, mi rivedo, mi racconto.

Passeggio in città, solo, perso tra vie caldissime, alla ricerca di una nota cartoleria; lì, tra commesse zelanti sparpagliate nei vari reparti, avrei acquistato delle cartucce per la mia stilografica. Servirà, poi, tanto inchiostro? E’ un pezzo che non scrivo pensieri su un foglio di carta, da tempo non annoto emozioni, titoli di libri, frasi solo percepite, poesie di cui ricordo magari l’incipit afferrato in televisione, e canzoni che ritroverò alla radio nei giorni a venire, partendo da qualche strofa. E’ tanto che non vivo così, con la gioia di arricchirmi e respirare tutto ciò che mi circonda, e che si appalesa soltanto se ho l’animo predisposto, se mi sento “in amore” con la vita, se ho voglia e necessità di spendermi.

Le vie si incrociano e non riesco a ricordarmi esattamente la strada, del resto le città adottive vanno vissute così, vagabondando il corpo dove capita. Cerco quelle tende rosse, quei locali freschi che odorano di antico, perché è dal 1872 che quell’esercizio commerciale sopravvive alle intemperie economiche e all’evoluzione della specie. Ma le penne, là dentro, non devono essere cambiate poi molto, se pensiamo a marche con una considerevole tradizione alle spalle, per esempio Montblanc o Waterman. Alcune stilografiche, tra quelle corsie, le avrà provate e comperate persino Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, uno dei miei scrittori preferiti, il simbolo letterario della città puritana e decadente in cui sto passeggiando, espressione dell’uomo borghese di allora, senza valori importanti per i quali, in quel momento storico, valesse la pena lottare, sognare, urlare, farsi male. Figurarsi oggi …
Sono convinto, sì, che anche Ettore, in un modo o nell’altro, abbia avuto modo e piacere di seguire, con la coda dell’occhio, il volteggiare di qualche fanciulla tra scaffali e mensole, occhi dalle ciglia sfuggenti, alla ricerca di un colore, di un inchiostro, di un segno da lasciar sbiadire, come vuole la vita, come impone l’esistenza in cui ci hanno gettato. Risuonano quelle parole:

 “Perché siamo tutti un branco di bestie che rubano, violentano, uccidono, feriscono, soffrono, piangono e amano solo per ingannare la morte …”

[Isabel-Clara Simò, La selvaggia, Anabasi]
E’ davvero un voler sputare in faccia alla morte, ogni nostro affannato e goffo tentativo di amare, di perderci negli occhi altrui, nel corpo e nell’anima di un essere “altro da noi”. Viviamo per costruire attimi di Paradiso necessari a rimandare l’ultimo bigliettino di calendario, ad evitarne il pensiero, la sola idea.

Amare è l’unica cosa essenziale, il resto sarà sbriciolato e sparpagliato dal vento, nelle direzioni più impreviste.

La gente attorno a me continua a correre affannata, sudata. Voglio prendermela con comodo, voglio recuperare il mio tempo, voglio starmene con me. Finalmente.  
Meno male che oggi c’è un intenso vento di bora, tiepido, che accarezza e non disturba, che liscia il viso come farebbe un foulard di seta sulla pelle, e fa sparire le goccioline di sudore che la cute espelle, costretta com’è a difendersi dai raggi di un sole prepotente e accecante. In lontananza, il mare rimbomba, impetuoso, sugli scogli, e nugoli di surfisti affrontano gli aliti di vento del Golfo, col coraggio di chi sa bene che, prima o poi, si finirà in acqua e ci si dovrà rialzare, stendendo le vele e ricominciando a gonfiarle per correre di nuovo incontro all’avventura. C’è ancora un’avventura, gorgheggiava negli anni ’80 la mia amata Anna Oxa:

Non vedi che questa città è un dormitorio pubblico
e quando poi si sveglierà un manicomio cosmico sarà, però
c'è ancora un'avventura c'è ancora un'avventura per noi
c'è ancora un'avventura c'è ancora un'avventura se vuoi.


Ci può essere sempre un nuovo incontro, un istante che non ti attendi, una sorpresa. Dietro l’angolo buio in cui pensi di esserti infilato ....

E intanto il caldo si fa più soffocante, e il vento continua a mitigare il senso di sfinimento.

La bora … amata, amatissima, soprattutto d’inverno, quando urla fuori dalle finestre e ti fa apprezzare il tepore del tuo nascondino, della cuccia in cui vivi. La amo, ventosa e impertinente, quando accarezza la mia solitudine su una roccia carsica levigata da anni di flutti e di mareggiate, tra le grida di bianchi uccelli a chiederti del cibo. La odio non appena mi proietta addosso i resti che abbandoniamo per le strade, nella nostra maleducazione. Sì, forse fa bene a darci qualche schiaffo di educazione, lei che funge da straordinario spazzino. Ma le particelle non si distruggono, possono solo spostarsi più in là, tra la nostra indifferenza quotidiana. E' roba altrui, diciamo. E la odio quando soffia a farmi pensare che è bello avere delle mura a proteggerti, ad attutire i suoi fischi continui contro le finestre, mentre le urla, quelle umane, ed i dolori, e le sofferenze restano dentro, mentre le vorremmo lanciare, gridare fuori di noi, per liberarcene, alla velocità del vento …

E’ curioso come alcuni angoli di città, certuni angoli nascosti, sembrino moltiplicare la forza del vento; questo, proprio nel momento in cui meno te l’aspetti, ti si proietta addosso come su una vela, gonfiandoti la camicia, facendo rabbrividire i sacchetti che porti con te, bianchi fantasmi riciclati, costringendoti talvolta a ruotare il viso, per non ricevere una sferzata d’aria in pieno volto.

Attraverso la strada e, da un angolo, da un filo d’ombra, compare lei, sospinta dal vento, una perla nera nel giallo ocra incartato tra l’azzurro di cielo e mare. Impossibile non fermarsi col fiato in gola, impossibile non aspettare il suo passaggio davanti a me. Forse 40 anni, sicuramente una vera Donna. Esattamente ciò che desidererei per bruciare dentro, oltreché fuori. Capelli ricci, folti, lunghi, corvini. Neri, maledettamente neri, neri come la pece. Mi hanno sgridato, e a ragione, perché a volte mi confondo tentanso di distinguere tra una Donna mora ed una castana. No, stavolta quei capelli erano dello stesso colore degli occhiali che le coprivano gli occhi, e neri come quel vestito, sottile, delicato, impudente, che indossava. Un vestitino intero, lungo fino a metà coscia, nero, totalmente nero, forse di seta, comunque liscio, carezzevole. Attorno alla vita una cinturina, sottile, di color beige. La lascio passare, sfila per me. Noto immediatamente i suoi capezzoli, tesi come aghi, avvolti dal tessuto serico, inturgiditi dal vento e dal contatto, continuo, con la stoffa svolazzante. Non indossa alcun reggiseno, e lo capisco quando i miei occhi si appoggiano sulla sua schiena. Tanto castigata e protetta lei, davanti, quanto scollata, aperta, audace, dietro. Ha il corpo perfettamente abbronzato, e le gambe tornite e ambrate, che svettano su scarpe dal tacco altissimo, maculate in stile animalier, aperte davanti e chiuse dietro, esattamente l’opposto del vestito. La osservo estasiato, sono istanti infiniti, anche se mi sta semplicemente scorrendo di lato, alla ricerca di un negozio. Pure lei. Persi entrambi, forse a cercare un qualcosa per dare un senso al niente che siamo, e saremo.

Scatta in quell’istante, in quel preciso istante, il mio fermo-immagine … una raffica di bora calda ci esplode addosso, e le fa salire il vestito, glielo fa attorcigliare ed aderire sul corpo. Noto che uno spacchetto laterale, sbarazzino, lascia scoperta la coscia destra, lei non se ne avvede, o non le interessa proprio porvi rimedio, probabilmente neppure mi ha notato, e le sono ormai dietro. Non scorgo segni di intimo, non ci sono righe bianche da costume. L’abito nero si adagia sulla pelle della gamba, vi si avvita attorno, e, svolazzando, riesce a svelarmi l’inguine. Che sensazione, una gamba svettante sui tacchi, dall’attaccatura al collo del piede, abbronzata, con il vestito aperto senza vergogna attorno al centro della sua femminilità.

Mentre la guardo, fermo immobile, lei si infila in un negozio di cianfrusaglie cinesi. Nuda, completamente nuda sotto quell’abitino nero così lieve, così carezzevole sul suo corpo. Così aderente per le folate di bora.

Ripenso alla brevissima poesia che riesce, ogni anno, ad ispirarmi l’immagine dell’estate:

Verrà l'estate
e avrà il tuo vestitino

(2004, Corrado Calabrò, da "la stella promessa", Mondadori)

E’ un anno strano, stranissimo, questo. Perché è l’anno in cui, al mio solito delirio per le donne dai capelli rossi, provocato dal trauma adolescenziale del primo bacio all’henné, si è sostituito il sogno della donna mora, corvina, con la pelle ambrata, sensuale e profumata. Scura, con un retrogusto di vaniglia o di cocco. Capelli ricci, neri, difficili da sgrovigliare, sempre arruffati, tanto che spazzolarli sarebbe come aprirsi un varco con mani e braccia nella foresta amazzonica.

Ed ho un’amica, bellissima, proprio così, mora. Corvina. Sensuale. Dal corpo mozzafiato. Che mi ha lasciato accarezzare i suoi capelli, e mi ha abituato a stare accanto alla sua bellezza, a conviverci, ricordandomi sempre che lei non è solo pelle, non è solo una splendida Donna, ma è anche soprattutto intelligenza, costanza, presenza, fragilità.

Avrei voluto tornare indietro, entrare in quel negozio di cineserie, sorriderle e dirle: “lei è un incanto, e sarà più tardi  la mia scrittura, una pagina di ventosa sensualità”.

E vorrei che la mia amica intima, un giorno, mi raccontasse di essere uscita proprio così, nella sua caotica città, sola e solo con quel vestitino con gli spacchetti laterali, scollato dietro e timido davanti, completamente nuda, dentro. Vorrei che mi raccontasse le sue sensazioni, avvolta in quel guanto nero, delicatissimo ed eccitante. E amerei sentire da lei la descrizione del peso derivante dagli occhi degli uomini incontrati, alcuni impreparati, altri incuriositi, tutti rapaci e predatori. Chissà se, a sua volta, passeggiando alla ricerca di un negozio di cose inutili, ispirerà una scrittura maschile, e farà muovere una tastiera, trasformandola in suono, ad imitare il ticchettio dei suoi tacchi sul marciapiedi.

Oh, che strani pensieri maturano, passeggiando per città …

A cercare una perla nera tra gente sconosciuta, insapore e incolore. Perso tra caldo e vento, mentre il giorno scorre via, a esaurire un altro 23 giugno.

Resteranno solo queste parole, e questa pagina di diario. Che lei non leggerà, ed io non rileggerò. 

Eclissi

giovedì 21 giugno 2012

Il meccanismo dell'altalena

http://www.youtube.com/watch?v=WpG6uIHOPOE

[Sandra, Secret Land]


Chi di voi frequenta ancora le altalene, come la protagonista, bellissima e seducente, del brano che starete certamente ascoltando? Io sì, sì. E spesso questo avviene davanti al mare, quando il vento soffia impertinente.

Immaginate il mio luogo di volo come una sorta di esagono d'altalene, le gambe che spingono il corpo sempre più in alto, il desiderio è di arrivare su, su, sentire l'aria farsi sempre più sbarazzina, il viso rosso, gli occhi che lacrimano, e salire, salire, alla ricerca di chissà cosa.
Ma poi, ecco, improvvisa ma prevista, la forza che ci porta rapidamente indietro, condannandoci, a ritroso, a riflettere su quel nostro eccessivo desiderio di andare oltre, più su. Fino a dove potremmo mai spingerci, mi sono sempre chiesto ... e perchè questa maledizione di dover procedere a stadi, due passi avanti, uno indietro, così nella vita, nelle scienze, spesso nell'amore.

Se ci si spinge molto avanti magari si arriva ad incontrare il corpo (l'anima in casi eccezionali) di un altro essere, lanciato come noi partendo da un lato diverso dell'esagono, anche lui alla disperata ricerca di un contatto, di una breve condivisione, di un'affinità. Di un tocco. Eccolo, individuato, è lui ...

Se si vuole arrivare ancora più in là, dove la nostra altalena sembra non consentirlo, dove sembrerebbe vietato dalle regole imposteci, beh, sentiremo le catene rilasciare l'asse su cui sono fissate, e poi tendersi, con forza.

Prima avvertiremo la sensazione di esserci staccati dal nostro mezzo di volo, un tuffo in alto, liberatorio, poi un rumore sordo di catene, uno strappo a fondo, che ci farà vibrare completamente, quasi un ceffone.
Inizialmente sarà un attimo di Paradiso, il momento tanto atteso, non sembrano esserci più barriere, vincoli, limiti, stiamo volando, felici come bambini, forse è amore. Subito dopo, ecco la discesa, inevitabile, eccoli i nostri Inferi. Scenderemo giù, col cuore che batte forte per quell'istante strappato all'impossibile, e rammaricati per l'ennesima dimostrazione che, quel Paradiso, è solo un attimo di coraggio, una scelta da pazzi di cercare ancora un oltre, un di più. Chi ce l'ha fatto fare, ci racconteremo guardando in nostri occhi di dolore, nello specchio riflesso della nostra anima.

Continueremo però a cercare, a sperimentare, a studiare, a percorrere altre strade. A sfidare il pensiero, il destino, l'amore, tutte le sue varianti. A salire un passo ancora, fino ad una meta che è solo percorso, e magari neppure esiste.

Passi indietro e nuove spinte in avanti, Paradisi e Inferni.

Sembra di vivere su un'altalena ... non vi pare?

Tutte queste riflessioni nascono dalla lettura di una splendida poesia, che vi riporto e che lascio al vostro risveglio. Intanto, consentitemi di gustare la cantante, che è stupenda. Un sogno, direi.

Eclissi


LE ALTALENE
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Le altalene non fanno notizia,
sono semplici come un osso
o come un orizzonte,
funzionano con un corpo
e a mantenerle basta
una mano di vernice ogni tanto;
ogni generazione le dipinge
d'un colore diverso
(per ravvivarsi l'infanzia)
pero' le lascia come sono,
non si fanno ricerche su nuovi
tipi di altalene,
non ci sono le gare
di altalene,
non si danno lezioni
di altalena,
nessuno si ruba
le altalene,
la radio non trasmette
cigolii di altalene,
ogni generazione le dipinge
d'un colore diverso
per ricordarsi di loro,
che iniziano i bambini
alle parentesi,
alla malinconia,
all'inutilità d'ogni sforzo
di essere diversi;
in cui i bambini bruciano
le proprie riserve d'impossibile,
le ultime metamorfosi,
fino a che un giorno, senza una goccia
d'umidità, scendono
dall'altalena
verso se stessi,
verso quel nome proprio
più vero per ciascuno, verso
la morte ancora lontana.

Fabio Morabito

Verrà l'estate ...


Verrà l'estate

e avrà il tuo vestitino


(2004, Corrado Calabrò, da "la stella promessa", Mondadori)


Ps: il quadro è "nel vestito rosso", di Janusz Orzechowski